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MONUMENTI |
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INTRODUZIONE
Tra
i numerosi reperti di epoca romana restituiti dal ricco sottosuolo di
Formia, ma distrutti o dispersi nell’olocausto del cemento, le
epigrafi rappresentano la parte superstite che permette di ricostruire
la vita e le funzioni della città antica, in particolare quelle
che fanno riferimento alle opere pubbliche.
Nell’androne dell’antica porta nord dell’arce, sotto
la trecentesca Torre di Castellone, è incisa
sulla muratura megalitica del V-IV secolo a.C. l’iscrizione dei
tre edili Cemoleio, Stazio e Paccio, i quali soprintesero alla costruzione
e al collaudo della medesima (PORTAS FACIVNDAS DEDERVNT EISDEMQUE PROBAVERVNT):
deve intendersi un rifacimento riferito al sovrapposto muro in opus
incertum del II secolo a.C.
Risalente alla stessa epoca è un’altra epigrafe presso
il Museo Archeologico, che elenca le opere curate dall’edile
Lucio Paccio per il municipio formiano: la sala consiliare e l’archivio
(CVVRIAM. TABVLarium) ubicabili come d’uso nel Foro,
nell’area tra piazza Mattej e piazza dell’Olmo; un arsenale
e un portico (ARMAMENTARIVM. PORTICum) forse pertinenti il
Muro di Nerva e le ingenti opere marine sepolte nel piazzale
Vespucci.
E’ importante sottolineare che queste opere potevano essere solo
in una città elevata al titolo di municipium col diritto
al suffragio che Formiae ottenne nel 188 a.C.
Da altre epigrafi, ritrovate alla base di statue onorarie rinvenute
nel 1920-21 in piazza Mattej, si evince come la città possedesse
un anfiteatro, del resto presente nelle strutture augustee nella valle
antistante la stazione ferroviaria.
E’ esplicitamente nominato il capitolium, massima espressione
religiosa romana rappresentata dalla triade di Giove-Giunone-Minerva,
come quello del Colle Capitolino: era d’obbligo alle città
elevate al rango di colonia come fu Formia con Adriano.
Queste iscrizioni sono autentici brani di storia consegnati da comunità
lontane nel tempo: al momento della loro scoperta è come se si
ricevessero da quelle veri e propri messaggi… di pietra. |
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DAL
TEATRO ALL’ANFITEATRO
Accostato
ad occidente di Castellone sorge un caseggiato che volge in curva
attorno una piazzetta, il cosiddetto Cancello. Secondo
la tradizione il luogo corrisponde all’anfiteatro romano, nel
quale S. Erasmo avrebbe subito il martirio per eviscerazione. In effetti
si osservano dei muri in opus reticulatum disposti a raggiera,
accentuati nell’andamento dall’edificio settecentesco
a portico e logge sovrapposte: in una cantina vi è perfino
la volta rampante a tutto sesto di sostegno alla càvea, dove
vi erano le gradinate per gli spettatori. Fin qui non vi sarebbe contrasto
con la tradizione se le strutture non formassero in pianta non l’ovale
di un anfiteatro, bensì quello semicircolare di un teatro del
diametro di 60 metri: la curva a ferro di cavallo è chiusa
verso il mare da un muro rettilineo che faceva parte del fronte scenico,
lungo il quale sorgono gli edifici dello scomparso vicolo Anticaglie.
L’erronea attribuzione fu corretta verso il 1930, quando la
posizione esatta dell’anfiteatro venne evidenziata
su una foto aerea, da Felice Tonetti, podestà di Formia. Queste
strutture sono ancora visibili, in particolare sul fondo della Via
XX Settembre, si osserva un corridoio anulare voltato con muratura
in opus reticulatum sul quale appare la gradinata per il
pubblico composta di grandi blocchi calcarei squadrati; una parte
è andata perduta negli anni ’60 per il prolungamento
della via verso la stazione ferroviaria, rimasto incompleto a salvaguardia
del monumento. L’anfiteatro e il teatro di Formia risalgono
al periodo augusteo e presentano interessanti analogie con quelli
di Pompei. L’anfiteatro è però più piccolo
perché mancante della summa cavea, l’estremo
e più alto anello per gli spettatori.
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LA
TOMBA DI CICERONE
Dagli
scrittori classici si apprende della morte di Cicerone avvenuta per
mano dei sicari di Antonio presso la sua villa di Formia il 7 dicembre
del 43 a.C., ma non il luogo della sua tomba evidentemente sottinteso
nella stessa città. Solo Marziale (Ep., XI, 48) ne fa cenno quando
si compiace con Silio Italico per il possesso della villa e del sepolcro
dell’oratore, facendolo intendere compreso nella proprietà
di Formia.
La villa viene menzionata in diversi scritti: nelle lettere di Cicerone
(Ad Att, I, 4) che chiama la villa Formianum; è menzionata
da Tito Livio (Ab U.C., 10, 4, 1) quando scrive del tempio di Apollo;
è altresì citata da Plutarco (Vit. Cic., 11, 47) quando
elogia la villa “piacevole per il tepore estivo in quanto esposta
ai gradevolissimi venti etesii”… “questo luogo ha
inoltre un piccolo tempio di Apollo sopra il mare”; è individuato
da Livio (in Seneca, Suas., IV, 17); torna ad essere menzionata nel
testamento dell’ipata di Gaeta Docibile I nel 954, dove tra i
terreni compare uno in “vico ciceriano”. In una cronaca
del Quattrocento si dice che il re Alfonso d’Aragona nel rifacimento
delle mura di Gaeta non volle sottrarre i grandi massi di una villa
che i contadini - per remota tradizione - ritenevano quella di Cicerone:
questi massi evidentemente squadrati sono forse quelli del sepolcro
turriforme sulla via Appia, tradizionalmente legato alla memoria dell’oratore.
Sulla stessa direttrice in altura, oltre l’Appia, ritrova una
dipendenza rustica nel cui ambito vi è un sepolcro rupestre legato
da un’altra tradizione a Tulliola, la figlia di Cicerone morta
di parto. |
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LA
VILLA DI MAMURRA
Nelle
tradizioni formiane il promontorio di Giànola si ammanta di mistero
per il Tempio di Giano, la Grotta della Janara
(strega), le Trentasei Colonne, nomi dati ai resti
di costruzioni romane; il “Porticciolo Romano” è
invece un falso recente, poiché indica un approdo costruito verso
il 1930 su una peschiera, questa sì romana.
Giànola (Janula) compare sui documenti già nel 1100, ma
è solo negli ultimi secoli che qualche erudito ha pensato provenisse
da un culto a Giano. In realtà il nome deriva da Jana,
come era chiamata Diana dagli agricoltori latini, omologa alla greca
Artemide che si individuava nelle terre estreme, impervie, ai margini
dei campi, con boschi di querce sempreverdi (a Giànola sono presenti
le querce da sughero), presso fiumi, laghi o sul mare: il dominio selvaggio
della dea della caccia. Nel 1943 l’edificio fu diroccato e solo
recentemente si è potuta rilevare la villa e ricostruire graficamente
l’edificio ottagono risalendo alla sua vera funzione. Su circa
9 ettari si dispongono due bracci speculari in tre terrazze digradanti
al mare con portici, scale, cisterne, terme quasi ad imitazione di una
città. Sull’asse centrale, l’edificio ottagono culmina
la villa, il quale altro non era che un ninfeo costruito su una scaturigine
poi scomparsa nel repentino dissesto geologico della collina nel I secolo
d.C., che provocò distruzioni e l’inabbissamento della
costa originaria. Sulla sorgente, i particolari accorgimenti per configurare
l’edificio come una caverna secondo l’uso dei musaea, ossia
musei, fa ritenere che in esso vi fossero ambientate delle sculture
a soggetto mitologico. Si veniva così a completare il significato
di questa enigmatica costruzione tesa a condensare in sé i valori
di natura, arte, conoscenza come centro ideale della villa e di un circondario
così suggestivo.
Oggi quest’area di grande pregio naturale, per sua caratteristica
sfuggita all’espansione dei centri abitati, è stata protetta
dal 1987 con la costituzione di un “Parco Regionale suburbano
di Giànola e del Monte di Scauri”. |
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LA
VILLA COMUNALE
DA CICERONE A UMBERTO I
La
villa trae origine dall’apertura del primo tronco di via Vitruvio,
tra il Municipio e la Spiaggia di Mola, progettato dai Borboni realizzato
nel decennio 1880: scavalcava l’angusta via Appia costituendo
la premessa di un asse civico di saldatura tra i due rioni di Castellone
e Mola.
La posizione della Villa fu suggerita dalle qualità panoramiche
del sito, proteso com’era nel mare a guardare da un lato la Spiaggia
di Mola e dall’altro quella di Sarinola. Il fronte sospeso sulle
volte di ampliamento del piano residenziale di una villa romana. Le
strutture visibili: i Criptoportici, in opus
incertum ad oriente e in opus reticulatum nell’ansa occidentale,
datano la costruzione al I secolo a.C. Particolare interesse è
rappresentato dalla peschiera antistante, l’unica di Formia rimasta
visibile benché parzialmente coperta dal passaggio della via
litoranea negli anni ’50. Le vasche principali, quadrata al centro
e romboidali lateralmente, e quelle di contorno sono tra loro relazionate
e col mare per mezzo di canali in cui si osservano le doppie guide di
pietra verticali per lo scorrimento di griglie e portelli: si consentiva
perciò il controllo dei flussi idrici per l’ottimale condizione
d’allevamento di numerose e ricercate specie di pesce.
La prima comparsa del giardino pubblico si ha in una planimetria del
1893 col nome di “Villa Cicerone”. Questa intitolazione,
riportata anche dalle prime cartoline, non ha alcun argomento di sostegno,
al più possono averla ispirata per aumentare il prestigio dell’opera.
In una cartolina che coglie l’evento inaugurale, la Villa Cicerone
si mostra alberata a catalpe, sostituite in seguito con lecci; le aiuole
con composizioni di fiori,le panchine in pietra, il capanno degli attrezzi,
il gazebo esagonale a vetri, i lampioni a gas. Al centro della villa
vi era anche il palco per la musica, spostato negli anni ’30 per
l’attuale fontana il cui getto si illuminava di luce tricolore.
Parte integrante della villa era il teatro di varietà a ballatoio,
in stile floreale. Esso è presente durante la visita di Vittorio
Emanuele III nell’agosto del 1900, appena succeduto al padre Umberto
I assassinato in luglio. Per questo duplice evento si intitolò
la villa al monarca scomparso erigendovi una colonna commemorativa sormontata
dal busto bronzeo e con la dedica: “A Umberto I/il Re Buono/i
cittadini di Formia/1902”.
Al nome di Cicerone veniva sostituito quello di un altro assassinato
che apparteneva alla storia recente degli italiani, presagio di lutti
in un secolo di grandi trasformazioni.
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I
MISTERI SOTTERRANEI DI CASTELLONE
Passeggiando
per i vicoli di Castellone si coglie un’atmosfera di piacevole
vitalità. Salendo la via del Castello si entra per la Porta di
S. Rocco, anticipata dall’omonima chiesetta quattrocentesca col
bel trittico di Girolamo Stabile (sec. XVI). Sulla porta lo stemma della
città di Gaeta e la data 1564, relativi al rinnovamento giuridico
e strutturale del castello effettuato dagli Spagnoli. Dopo una breve
salita si giunge nella piazza dove si sopraeleva il sagrato della chiesa
di S. Anna, già S. Maria del Forno di remota origine.
E’ questo il centro ideale del Castello in cui convergono le viuzze
e l’asse principale che origina dalla grande torre trecentesca,
sotto cui si apriva la seconda porta, già dell’antica arce.
Nulla più e forse meno rispetto ai tanti castelli, se parlando
con gli abitanti non si apprendesse di misteriosi sotterranei, di una
miriade di cunicoli comunicanti addirittura col mare, e del Cisternone,
scoperto ufficialmente verso il 1930 in occasione di alcuni lavori,
come racconta Felice Tonetti: “Mi trovai di fronte ad uno spettacolo
di un’enorme grandiosità. Una lunghissima triplice serie
di pilastri in pietre e cocciopisto, ancora come nuovi, si stendeva
a vista d’occhio, e reggeva quattro volte a botte di m. 2,90 di
lunghezza e i pilastri hanno m. 0,90 di lato. Si può dire che
la sua lunghezza massima è di m. 64,60; l’altezza dal piano
di fondo al centro degli archi è m. 6,45; lo spessore della volta
è di m. 0,70; la profondità attuale dell’acqua di
circa m. 4.
La superficie per quanto può vedersi oggi è di mq. 1200;
la capacità mc. 7000. Esso fu costruito appoggiando il lato più
lungo all’interno delle mura poligonali.
E’ tanto vasto e robusto che un discreto tratto del paese, quattro
strade e undici case, sono state costruite sulle sue ciclopiche volte”.
Non è possibile stabilire esattamente in che epoca è stato
costruito, ma la perfezione delle crociere rimanda sicuramente all’età
imperiale; allora l’espansione della città e la costruzione
di edifici pubblici necessitò di un acquedotto, realizzato con
fistulae plumbee lungo la direttrice dell’Appia, alimentato da
questo grande serbatoio che accumulava l’acqua di diverse sorgenti
dalle alture circostanti. Queste fonti furono nuovamente utilizzate
dai Borboni a metà Ottocento, con un acquedotto che dalla Valle
di S. Maria la Noce riforniva una fontana sotto la Torre di Castellone
e la Villa reale Caposele. |
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QUI
RIPOSAVA IL CORPO DI S. ERASMO
A
Castellone è viva la devozione verso S. Erasmo, il Vescovo di
Antiochia in Siria, morto a Formia il 2 giugno 303 e sepolto
nel luogo ove sorge la Chiesa Parrocchiale a lui intitolata, antica
Cattedrale trasferita con le reliquie a Gaeta nel IX secolo. L’origine
della Chiesa si deduce dalla lettera di papa Gregorio Magno del 590
al Vescovo di Formia Bacauda al quale comunica l’unione della
desolata Diocesi di Minturnae alla cattedra formiana “ubi
requiescit Corpus Beati Herasmi”: non vi è dubbio
essere la chiesa attuale ripetutamente citata e qui localizzata dai
diplomi. Benché spogliata dalla memoria martoriale, al tempio
venne assicurata venerazione dapprima dagli ipati di Gaeta
e poi dai Benedettini insediatisi nel Mille che diedero impulso al culto
di S. Erasmo, costituendo una potente Abbazia che estendeva i suoi domini
su gran parte della “civitate furmiana destructe”,
ma anche nel più vasto territorio gaetano. Nel 1491 ne era abate
commendatario Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II, che per
intercessione di Alfonso d’Aragona duca di Calabria concesse il
monastero agli Olivetani; il monastero, abolito nel 1799, andò
in rovina finchè Ferdinando II di Borbone intorno al 1850 fece
restaurare la chiesa destinando il resto a caserma. Ciò è
in estrema sintesi quanto tramandato dalla storia fino al 1970, ma occasionali
lavori di bonifica del sottosuolo della chiesa invasa dall’umidità
aprirono lo scrigno dell’informazione archeologica che, ancora
lontana da una esaustiva definizione, colloca sicuramente il monumento
come il più insigne nell’area del golfo e l’unico
a testimoniare l’epoca paleocristiana e l’alto Medioevo
a Formia. Al complesso monumentale si accede da via Olivetani, sulla
quale si allinea la chiesa congiunta a quella “vicaria”
di S. Probo; qui è il sagrato, un tempo chiuso da una porta,
su cui si affacciano il nartece della chiesa e la canonica. Il tempio
è a tre navate, con cinque campate a crociera e coro in stile
tardo gotico del’500, come anche indicato dalla data sull’ingresso
del monastero nel nartece (1508) e su quello di S. Probo (1539).L’area
degli scavi è visibile nel sotterraneo e negli ambienti meridionali.
In corrispondenza alla metà della navata sinistra, si può
osservare il tracciato di un’abside dietro la quale vi è
una tomba a fossa rivestita di marmo, manomessa e priva di resti e per
questo attribuita a S. Erasmo. In effetti l’edificio risponde
ad un martyrium. E’anche evidente come la tomba vi fosse
inglobata successivamente, dopo la liberalizzazione del cristianesimo
nel 313: prima doveva essere occultata nell’ambito di un cimitero
e quindi polo fugace di venerazione e di inumazioni cristiane, come
provano le iscrizioni ritrovate. Sotto il presbiterio vi sono i resti
di una cripta semianulare altomedievale che permetteva la visione delle
reliquie qui trasferite. Tra i due poli devozionali si trovano i resti
di una sale capitolare decorata a stucco con motivi ad intreccio “carolingi”
del IX secolo. |

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QUATTRO
CASTELLI DI IERI
PER LA CITTÀ D’OGGI
La
struttura urbana di Formia ancora oggi condizionata dalla pianificazione
del Medioevo più di quella romana. Nello spazio di sette chilometri
sono presenti ben quattro castelli tutt’ora abitati: Castellone
e Mola, che rappresentano i nuclei originari di Formia;
Maranola e Castellonorato sulla fascia
collinare verso oriente, già comuni autonomi aggregati a Formia
nel 1927. Questi quattro castelli insistevano nel feudo dei Gaetani
tra il XII e il XV secolo.
Castellone prese questo nome nella seconda metà
del Trecento per i lavori eseguiti da Onorato Gaetani conte di Fondi,
alla cui città era stata assegnata l’arce formiana da Ruggiero
il Normanno nel 1140, che la fortificò con alte mura di cinta
e dodici torri di cui la maggiore ottagona sopra la porta settentrionale:
la piazza che da questa si apre a ventaglio ne rivela il raggio d’azione
delle saettiere.Il nome di Mola compare invece nel
X secolo, evidentemente in seguito all’incremento dell’attività
dei mulini ad acqua, punto vitale per i rifornimenti di Gaeta e per
questo alla fine del Duecento dotato di un castello da re Carlo II D’Angiò.
Il castello venne edificato sui ruderi di un edificio romano peninsulare;
oltre a ciò ha di notevole l’alta torre cilindrica e l’interessante
ornamentazione con ciotoline di maiolica verde alla cui originaria merlatura
conferiva l’aspetto di una corona gemmata: le tracce della decorazione
sono sparite con i recenti restauri. Nel 1568 venne costruita la porta
adiacente detta “degli Spagnoli” con funzione doganale,
abolita nel 1799 e poi demolita.
A Maranola la parte più alta e compatta quadrangolare
è risalente al Mille quando appare esplicitamente citata. Un
ampliamento intercalato da orti è risalente ai Gaetani, mentre
dubbi vi sono per la Torre maggiore quadrata, più rispondente
a canoni normanni.
La visuale, parzialmente ostruita ad est da monte Campese, indusse Onorato
Gaetani nel 1386-90 alla costruzione di un nuovo castello sulla cima
del monte che guarda la via di Cassino, prendendo il suo nome: Castellonorato.
Le mura con torri quadrate e rotonde recintano la cresta rocciosa facendo
capo a tre porte, di cui una presso la torre principale quadrata forse
preesistente il castello. La tradizione vuole che il conte, morto nel
1400, avesse disposto la sua sepoltura vestito delle sue armi d’oro
sotto il castello come suo monumento funebre. |

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MARANOLA
- TRIVIO - CASTELLONORATO
Formia
ha la singolare prerogativa di essere città marittima e, insieme,
di avere alle spalle cime che superano i 1000 metri come il monte Altino
(1367 m.), il monte Redentore (1252 m.) e la più alta cima dei
monti Aurunci, il monte Petrella (1535 m.). In zona intermedia tra il
mare e le cime si adagiano antiche comunità, oggi frazioni collinari
di Formia. Sono tipici borghi di origine medievale, sorti per difesa
contro le incursioni saracene e racchiudono in anguste viuzze, piazzette,
scalinate, piccoli tesori architettonici, pittorici e monumentali. Maranola,
di origine medievale, sorge ai piedi del monte Altino, e conserva resti
di un castello e della cinta muraria con un alta torre rettangolare.
Gode di una bellissima posizione panoramica, affacciata com’è
sul Golfo e sugli uliveti. Nella chiesa dedicata a Santa Maria dei Martiri
è conservato un presepe in terracotta del XVI secolo. Nella cripta
della chiesa di S. Luca, che si fregia di una porta bronzea dello scultore
Gerardo De Meo, sono stati recentemente portati alla luce affreschi
con numerose raffigurazioni della Madonna del Latte. Maranola, oggi
frazione di Formia, ha conservato l’autonomia comunale fino al
1927. E’ sede di una importante scuola di musica etnografica (soprattutto
organetti), diretta dal musicologo Ambrogio Sparagna.Una strada provinciale
a mezza costa si snoda tra rigogliosi uliveti, aprendo panorami verso
il mare e collegando Maranola a Trivio, antico borgo pedemontano. Degna
di interesse è la chiesa di S. Andrea, corredata recentemente
di un artistico portale in bronzo. Trivio era il confine tra Maranola
e Castellonorato, aggregati a Formia nel 1927. Castellonorato sorge
su un’altura di circa 300 metri sul livello del mare e presenta
i resti di un castello eretto dal conte Onorato I Caetani nella seconda
metà del XIV secolo.
A Maranola ha inizio una strada carrabile con la quale è possibile
raggiungere circa quota 1000 m.s.l.m. Un sentiero consente, quindi,
una escursione a piedi fino al Santuario di San Michele Arcangelo, che
si apre nella roccia sottostante la cupola del Redentore e la cui facciata
di forme neogotiche fu realizzata nell’Ottocento. E’ meta
di processioni solenni. Il monte Redentore prende il nome dalla statua
che vi fu collocata nel 1901, dopo essere stata trasportata fin qui
a braccia: furono impiegate unità dell’Esercito e numerosi
volontari, e dovette essere tracciato, ex novo, il sentiero in numerosi
punti. |

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IL
SANTUARIO DI SAN MICHELE ARCANGELO
Il
golfo di Gaeta è dominato dal Monte Altino con l’inconfondibile
cima tondeggiante del Redentore. Nell’anno 830 il vescovo di Gaeta
Giovanni vi fonda un oratorio dedicato a S. Michele Arcangelo: il monte
segnava i confini tra il ducato di Gaeta, le terre di Montecassino e
quelle longobarde di Aquino.
Da Maranola si percorre la via della Montagna fino a Pornito (m. 819)
e poi a piedi fino allo speco a quota 1100, dove è incastonata
la facciata neogotica del Santuario ricostruito nel 1895: chiude una
grotta da cui trasuda un’acqua ritenuta miracolosa, raccolta in
una vasca esterna.La nicchia sull’altare accoglie la statua di
S. Michele solo nei mesi estivi portata da Maranola in luglio nella
Scalata di S. Michele, un pellegrinaggio che si conclude con l’offerta
di pane e formaggio. E’ una tradizione pastorale per quanti in
quella stagione lavorano sui monti.
La statua, realizzata in pietra peperino, è opera di Pompeo Ferrucci
(1566-1637). Al di sopra del Santuario si raggiunge una cappella sormontata
dalla statua del Cristo Redentore (m. 1252), in un sol pezzo di ghisa
fusa presso Parigi, del peso di 21 quintali: occorsero quaranta giorni
per condurla in questo luogo.
Il monumento fu inaugurato il 31 luglio 1901 ed è uno dei 20
collocati sulle cime italiane per salutare il nuovo secolo: rappresenta
50 diocesi dal Tirreno all’Adriatico tra le quali figura quella
di Manfredonia, dove il Santuario di S. Michele del Gargano, il principale
dei Longobardi del Mezzogiorno.
NOTIZIE
UTILI
Accesso:
da Maranola, frazione di Formia
Tempi di percorrenza e di visita: 6 ore
Orari: la partenza di primissimo mattino
Avvertenze: abbigliamento da escursionismo
Informazioni: I.A.T. Formia
Tel. 0771.771490 - 0771.771386
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Frequenti
e occasionali ritrovamenti archeologici sul territorio di Formia hanno
fornito sculture di pregio a musei italiani ed esteri. Un primo Antiquarium
venne istituito dopoil 1930, poi ricomposto nel 1968, ora ampliato come
Museo Archeologico Nazionale.
Il Museo è al piano terreno del Palazzo Comunale in Via Vitruvio,
prospiciente Piazza della Vittoria, in locali di ampliamento borbonico
del monastero e chiesa di S. Teresa (sec. XVIII). All’esterno
sono allineate numerose basi di statue con iscrizioni onorarie dei personaggi
rappresentati. Furono rinvenute in prossimità di pregevoli statue
virili clamidate in nudità eroica, in toga e femminili panneggiate.
Buona parte sono tornate dai depositi del Museo di Napoli. Le sculture
furono trovate durante l’apertura del tratto alto di Via Vitruvio
(1920-21) e in particolare in Piazza Mattei, l’area del Foro attraversato
dalla Via Appia, attuale Via F. Rubino; altre furono trovate nello stesso
luogo nel 1970. Vengono fatte risalire all’età giulio-claudia,
ma le basi sono dell’età di Adriano per la citazione alla
colonia a cui Formia fu allora sicuramente promossa.
Tra gli altri reperti vi è una statua di Leda col cigno, trovata
nei criptoportici di una villa sotto Piazza della Vittoria; un gruppo
di anfore vinarie e capitelli corinzi. In un pannello si propone una
restituzione di Formiae e del suo territorio durante il medio Impero.
Altri reperti si trovano in Piazza della Vittoria e nella Villa Comunale,
parti di antichi edifici, tra cui una porta monumentale, in attesa di
sistemazione nel prossimo ampliamento del Museo.
NOTIZIE
UTILI
Accesso:
Via Vitruvio
Tempi di percorrenza e visita: 1 ora
Orari: continuato 9.00 – 19.00
Avvertenze: non si può fotografare con flash e cavalletto
Informazioni: Museo tel. 0771.770382
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