Formia
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MONUMENTI

INTRODUZIONE

Tra i numerosi reperti di epoca romana restituiti dal ricco sottosuolo di Formia, ma distrutti o dispersi nell’olocausto del cemento, le epigrafi rappresentano la parte superstite che permette di ricostruire la vita e le funzioni della città antica, in particolare quelle che fanno riferimento alle opere pubbliche.
Nell’androne dell’antica porta nord dell’arce, sotto la trecentesca Torre di Castellone, è incisa sulla muratura megalitica del V-IV secolo a.C. l’iscrizione dei tre edili Cemoleio, Stazio e Paccio, i quali soprintesero alla costruzione e al collaudo della medesima (PORTAS FACIVNDAS DEDERVNT EISDEMQUE PROBAVERVNT): deve intendersi un rifacimento riferito al sovrapposto muro in opus incertum del II secolo a.C.
Risalente alla stessa epoca è un’altra epigrafe presso il Museo Archeologico, che elenca le opere curate dall’edile Lucio Paccio per il municipio formiano: la sala consiliare e l’archivio (CVVRIAM. TABVLarium) ubicabili come d’uso nel Foro, nell’area tra piazza Mattej e piazza dell’Olmo; un arsenale e un portico (ARMAMENTARIVM. PORTICum) forse pertinenti il Muro di Nerva e le ingenti opere marine sepolte nel piazzale Vespucci.
E’ importante sottolineare che queste opere potevano essere solo in una città elevata al titolo di municipium col diritto al suffragio che Formiae ottenne nel 188 a.C.
Da altre epigrafi, ritrovate alla base di statue onorarie rinvenute nel 1920-21 in piazza Mattej, si evince come la città possedesse un anfiteatro, del resto presente nelle strutture augustee nella valle antistante la stazione ferroviaria.
E’ esplicitamente nominato il capitolium, massima espressione religiosa romana rappresentata dalla triade di Giove-Giunone-Minerva, come quello del Colle Capitolino: era d’obbligo alle città elevate al rango di colonia come fu Formia con Adriano.
Queste iscrizioni sono autentici brani di storia consegnati da comunità lontane nel tempo: al momento della loro scoperta è come se si ricevessero da quelle veri e propri messaggi… di pietra.

Torre ottagonale di Castellone - Piazza S. Erasmo

Municipio - Al piano terra il Museo Archeologico

Rovine Romane I sec. a.C.

 

DAL TEATRO ALL’ANFITEATRO

Accostato ad occidente di Castellone sorge un caseggiato che volge in curva attorno una piazzetta, il cosiddetto Cancello. Secondo la tradizione il luogo corrisponde all’anfiteatro romano, nel quale S. Erasmo avrebbe subito il martirio per eviscerazione. In effetti si osservano dei muri in opus reticulatum disposti a raggiera, accentuati nell’andamento dall’edificio settecentesco a portico e logge sovrapposte: in una cantina vi è perfino la volta rampante a tutto sesto di sostegno alla càvea, dove vi erano le gradinate per gli spettatori. Fin qui non vi sarebbe contrasto con la tradizione se le strutture non formassero in pianta non l’ovale di un anfiteatro, bensì quello semicircolare di un teatro del diametro di 60 metri: la curva a ferro di cavallo è chiusa verso il mare da un muro rettilineo che faceva parte del fronte scenico, lungo il quale sorgono gli edifici dello scomparso vicolo Anticaglie.
L’erronea attribuzione fu corretta verso il 1930, quando la posizione esatta dell’anfiteatro venne evidenziata su una foto aerea, da Felice Tonetti, podestà di Formia. Queste strutture sono ancora visibili, in particolare sul fondo della Via XX Settembre, si osserva un corridoio anulare voltato con muratura in opus reticulatum sul quale appare la gradinata per il pubblico composta di grandi blocchi calcarei squadrati; una parte è andata perduta negli anni ’60 per il prolungamento della via verso la stazione ferroviaria, rimasto incompleto a salvaguardia del monumento. L’anfiteatro e il teatro di Formia risalgono al periodo augusteo e presentano interessanti analogie con quelli di Pompei. L’anfiteatro è però più piccolo perché mancante della summa cavea, l’estremo e più alto anello per gli spettatori.

Il Cancello

Teatro Romano detto anche "Il Cancello" Tomba di Cicerone Tomba di Cicerone

 

LA TOMBA DI CICERONE

Dagli scrittori classici si apprende della morte di Cicerone avvenuta per mano dei sicari di Antonio presso la sua villa di Formia il 7 dicembre del 43 a.C., ma non il luogo della sua tomba evidentemente sottinteso nella stessa città. Solo Marziale (Ep., XI, 48) ne fa cenno quando si compiace con Silio Italico per il possesso della villa e del sepolcro dell’oratore, facendolo intendere compreso nella proprietà di Formia.
La villa viene menzionata in diversi scritti: nelle lettere di Cicerone (Ad Att, I, 4) che chiama la villa Formianum; è menzionata da Tito Livio (Ab U.C., 10, 4, 1) quando scrive del tempio di Apollo; è altresì citata da Plutarco (Vit. Cic., 11, 47) quando elogia la villa “piacevole per il tepore estivo in quanto esposta ai gradevolissimi venti etesii”… “questo luogo ha inoltre un piccolo tempio di Apollo sopra il mare”; è individuato da Livio (in Seneca, Suas., IV, 17); torna ad essere menzionata nel testamento dell’ipata di Gaeta Docibile I nel 954, dove tra i terreni compare uno in “vico ciceriano”. In una cronaca del Quattrocento si dice che il re Alfonso d’Aragona nel rifacimento delle mura di Gaeta non volle sottrarre i grandi massi di una villa che i contadini - per remota tradizione - ritenevano quella di Cicerone: questi massi evidentemente squadrati sono forse quelli del sepolcro turriforme sulla via Appia, tradizionalmente legato alla memoria dell’oratore.
Sulla stessa direttrice in altura, oltre l’Appia, ritrova una dipendenza rustica nel cui ambito vi è un sepolcro rupestre legato da un’altra tradizione a Tulliola, la figlia di Cicerone morta di parto.

Tomba di Cicerone

Tomba di Tulliola Tomba di Tulliola

 

Tomba di Tulliola

LA VILLA DI MAMURRA

Nelle tradizioni formiane il promontorio di Giànola si ammanta di mistero per il Tempio di Giano, la Grotta della Janara (strega), le Trentasei Colonne, nomi dati ai resti di costruzioni romane; il “Porticciolo Romano” è invece un falso recente, poiché indica un approdo costruito verso il 1930 su una peschiera, questa sì romana.
Giànola (Janula) compare sui documenti già nel 1100, ma è solo negli ultimi secoli che qualche erudito ha pensato provenisse da un culto a Giano. In realtà il nome deriva da Jana, come era chiamata Diana dagli agricoltori latini, omologa alla greca Artemide che si individuava nelle terre estreme, impervie, ai margini dei campi, con boschi di querce sempreverdi (a Giànola sono presenti le querce da sughero), presso fiumi, laghi o sul mare: il dominio selvaggio della dea della caccia. Nel 1943 l’edificio fu diroccato e solo recentemente si è potuta rilevare la villa e ricostruire graficamente l’edificio ottagono risalendo alla sua vera funzione. Su circa 9 ettari si dispongono due bracci speculari in tre terrazze digradanti al mare con portici, scale, cisterne, terme quasi ad imitazione di una città. Sull’asse centrale, l’edificio ottagono culmina la villa, il quale altro non era che un ninfeo costruito su una scaturigine poi scomparsa nel repentino dissesto geologico della collina nel I secolo d.C., che provocò distruzioni e l’inabbissamento della costa originaria. Sulla sorgente, i particolari accorgimenti per configurare l’edificio come una caverna secondo l’uso dei musaea, ossia musei, fa ritenere che in esso vi fossero ambientate delle sculture a soggetto mitologico. Si veniva così a completare il significato di questa enigmatica costruzione tesa a condensare in sé i valori di natura, arte, conoscenza come centro ideale della villa e di un circondario così suggestivo.
Oggi quest’area di grande pregio naturale, per sua caratteristica sfuggita all’espansione dei centri abitati, è stata protetta dal 1987 con la costituzione di un “Parco Regionale suburbano di Giànola e del Monte di Scauri”.

Villa dei Mamurra Villa dei Mamurra

Interno Villa dei Mamurra

Porticciolo Romano

 

 

LA VILLA COMUNALE
DA CICERONE A UMBERTO I

La villa trae origine dall’apertura del primo tronco di via Vitruvio, tra il Municipio e la Spiaggia di Mola, progettato dai Borboni realizzato nel decennio 1880: scavalcava l’angusta via Appia costituendo la premessa di un asse civico di saldatura tra i due rioni di Castellone e Mola.
La posizione della Villa fu suggerita dalle qualità panoramiche del sito, proteso com’era nel mare a guardare da un lato la Spiaggia di Mola e dall’altro quella di Sarinola. Il fronte sospeso sulle volte di ampliamento del piano residenziale di una villa romana. Le strutture visibili: i Criptoportici, in opus incertum ad oriente e in opus reticulatum nell’ansa occidentale, datano la costruzione al I secolo a.C. Particolare interesse è rappresentato dalla peschiera antistante, l’unica di Formia rimasta visibile benché parzialmente coperta dal passaggio della via litoranea negli anni ’50. Le vasche principali, quadrata al centro e romboidali lateralmente, e quelle di contorno sono tra loro relazionate e col mare per mezzo di canali in cui si osservano le doppie guide di pietra verticali per lo scorrimento di griglie e portelli: si consentiva perciò il controllo dei flussi idrici per l’ottimale condizione d’allevamento di numerose e ricercate specie di pesce.
La prima comparsa del giardino pubblico si ha in una planimetria del 1893 col nome di “Villa Cicerone”. Questa intitolazione, riportata anche dalle prime cartoline, non ha alcun argomento di sostegno, al più possono averla ispirata per aumentare il prestigio dell’opera. In una cartolina che coglie l’evento inaugurale, la Villa Cicerone si mostra alberata a catalpe, sostituite in seguito con lecci; le aiuole con composizioni di fiori,le panchine in pietra, il capanno degli attrezzi, il gazebo esagonale a vetri, i lampioni a gas. Al centro della villa vi era anche il palco per la musica, spostato negli anni ’30 per l’attuale fontana il cui getto si illuminava di luce tricolore. Parte integrante della villa era il teatro di varietà a ballatoio, in stile floreale. Esso è presente durante la visita di Vittorio Emanuele III nell’agosto del 1900, appena succeduto al padre Umberto I assassinato in luglio. Per questo duplice evento si intitolò la villa al monarca scomparso erigendovi una colonna commemorativa sormontata dal busto bronzeo e con la dedica: “A Umberto I/il Re Buono/i cittadini di Formia/1902”.
Al nome di Cicerone veniva sostituito quello di un altro assassinato che apparteneva alla storia recente degli italiani, presagio di lutti in un secolo di grandi trasformazioni.

 

 

Villa Comunale Umberto I

Veduta Villa Comunale e Criptoportici

Interno Criptoportici

 

I MISTERI SOTTERRANEI DI CASTELLONE

Passeggiando per i vicoli di Castellone si coglie un’atmosfera di piacevole vitalità. Salendo la via del Castello si entra per la Porta di S. Rocco, anticipata dall’omonima chiesetta quattrocentesca col bel trittico di Girolamo Stabile (sec. XVI). Sulla porta lo stemma della città di Gaeta e la data 1564, relativi al rinnovamento giuridico e strutturale del castello effettuato dagli Spagnoli. Dopo una breve salita si giunge nella piazza dove si sopraeleva il sagrato della chiesa di S. Anna, già S. Maria del Forno di remota origine.
E’ questo il centro ideale del Castello in cui convergono le viuzze e l’asse principale che origina dalla grande torre trecentesca, sotto cui si apriva la seconda porta, già dell’antica arce.
Nulla più e forse meno rispetto ai tanti castelli, se parlando con gli abitanti non si apprendesse di misteriosi sotterranei, di una miriade di cunicoli comunicanti addirittura col mare, e del Cisternone, scoperto ufficialmente verso il 1930 in occasione di alcuni lavori, come racconta Felice Tonetti: “Mi trovai di fronte ad uno spettacolo di un’enorme grandiosità. Una lunghissima triplice serie di pilastri in pietre e cocciopisto, ancora come nuovi, si stendeva a vista d’occhio, e reggeva quattro volte a botte di m. 2,90 di lunghezza e i pilastri hanno m. 0,90 di lato. Si può dire che la sua lunghezza massima è di m. 64,60; l’altezza dal piano di fondo al centro degli archi è m. 6,45; lo spessore della volta è di m. 0,70; la profondità attuale dell’acqua di circa m. 4.
La superficie per quanto può vedersi oggi è di mq. 1200; la capacità mc. 7000. Esso fu costruito appoggiando il lato più lungo all’interno delle mura poligonali.
E’ tanto vasto e robusto che un discreto tratto del paese, quattro strade e undici case, sono state costruite sulle sue ciclopiche volte”.
Non è possibile stabilire esattamente in che epoca è stato costruito, ma la perfezione delle crociere rimanda sicuramente all’età imperiale; allora l’espansione della città e la costruzione di edifici pubblici necessitò di un acquedotto, realizzato con fistulae plumbee lungo la direttrice dell’Appia, alimentato da questo grande serbatoio che accumulava l’acqua di diverse sorgenti dalle alture circostanti. Queste fonti furono nuovamente utilizzate dai Borboni a metà Ottocento, con un acquedotto che dalla Valle di S. Maria la Noce riforniva una fontana sotto la Torre di Castellone e la Villa reale Caposele.

Porta dell'Orologio

Cisternone Romano I sec. a.C.

Cisternone Romano I sec. a.C.

 

QUI RIPOSAVA IL CORPO DI S. ERASMO

A Castellone è viva la devozione verso S. Erasmo, il Vescovo di Antiochia in Siria, morto a Formia il 2 giugno 303 e sepolto nel luogo ove sorge la Chiesa Parrocchiale a lui intitolata, antica Cattedrale trasferita con le reliquie a Gaeta nel IX secolo. L’origine della Chiesa si deduce dalla lettera di papa Gregorio Magno del 590 al Vescovo di Formia Bacauda al quale comunica l’unione della desolata Diocesi di Minturnae alla cattedra formiana “ubi requiescit Corpus Beati Herasmi”: non vi è dubbio essere la chiesa attuale ripetutamente citata e qui localizzata dai diplomi. Benché spogliata dalla memoria martoriale, al tempio venne assicurata venerazione dapprima dagli ipati di Gaeta e poi dai Benedettini insediatisi nel Mille che diedero impulso al culto di S. Erasmo, costituendo una potente Abbazia che estendeva i suoi domini su gran parte della “civitate furmiana destructe”, ma anche nel più vasto territorio gaetano. Nel 1491 ne era abate commendatario Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II, che per intercessione di Alfonso d’Aragona duca di Calabria concesse il monastero agli Olivetani; il monastero, abolito nel 1799, andò in rovina finchè Ferdinando II di Borbone intorno al 1850 fece restaurare la chiesa destinando il resto a caserma. Ciò è in estrema sintesi quanto tramandato dalla storia fino al 1970, ma occasionali lavori di bonifica del sottosuolo della chiesa invasa dall’umidità aprirono lo scrigno dell’informazione archeologica che, ancora lontana da una esaustiva definizione, colloca sicuramente il monumento come il più insigne nell’area del golfo e l’unico a testimoniare l’epoca paleocristiana e l’alto Medioevo a Formia. Al complesso monumentale si accede da via Olivetani, sulla quale si allinea la chiesa congiunta a quella “vicaria” di S. Probo; qui è il sagrato, un tempo chiuso da una porta, su cui si affacciano il nartece della chiesa e la canonica. Il tempio è a tre navate, con cinque campate a crociera e coro in stile tardo gotico del’500, come anche indicato dalla data sull’ingresso del monastero nel nartece (1508) e su quello di S. Probo (1539).L’area degli scavi è visibile nel sotterraneo e negli ambienti meridionali. In corrispondenza alla metà della navata sinistra, si può osservare il tracciato di un’abside dietro la quale vi è una tomba a fossa rivestita di marmo, manomessa e priva di resti e per questo attribuita a S. Erasmo. In effetti l’edificio risponde ad un martyrium. E’anche evidente come la tomba vi fosse inglobata successivamente, dopo la liberalizzazione del cristianesimo nel 313: prima doveva essere occultata nell’ambito di un cimitero e quindi polo fugace di venerazione e di inumazioni cristiane, come provano le iscrizioni ritrovate. Sotto il presbiterio vi sono i resti di una cripta semianulare altomedievale che permetteva la visione delle reliquie qui trasferite. Tra i due poli devozionali si trovano i resti di una sale capitolare decorata a stucco con motivi ad intreccio “carolingi” del IX secolo.

Chiesa di S. Erasmo

 

Scavi Archeologici Chiesa S. Erasmo
QUATTRO CASTELLI DI IERI
PER LA CITTÀ D’OGGI

La struttura urbana di Formia ancora oggi condizionata dalla pianificazione del Medioevo più di quella romana. Nello spazio di sette chilometri sono presenti ben quattro castelli tutt’ora abitati: Castellone e Mola, che rappresentano i nuclei originari di Formia; Maranola e Castellonorato sulla fascia collinare verso oriente, già comuni autonomi aggregati a Formia nel 1927. Questi quattro castelli insistevano nel feudo dei Gaetani tra il XII e il XV secolo.
Castellone prese questo nome nella seconda metà del Trecento per i lavori eseguiti da Onorato Gaetani conte di Fondi, alla cui città era stata assegnata l’arce formiana da Ruggiero il Normanno nel 1140, che la fortificò con alte mura di cinta e dodici torri di cui la maggiore ottagona sopra la porta settentrionale: la piazza che da questa si apre a ventaglio ne rivela il raggio d’azione delle saettiere.Il nome di Mola compare invece nel X secolo, evidentemente in seguito all’incremento dell’attività dei mulini ad acqua, punto vitale per i rifornimenti di Gaeta e per questo alla fine del Duecento dotato di un castello da re Carlo II D’Angiò. Il castello venne edificato sui ruderi di un edificio romano peninsulare; oltre a ciò ha di notevole l’alta torre cilindrica e l’interessante ornamentazione con ciotoline di maiolica verde alla cui originaria merlatura conferiva l’aspetto di una corona gemmata: le tracce della decorazione sono sparite con i recenti restauri. Nel 1568 venne costruita la porta adiacente detta “degli Spagnoli” con funzione doganale, abolita nel 1799 e poi demolita.
A Maranola la parte più alta e compatta quadrangolare è risalente al Mille quando appare esplicitamente citata. Un ampliamento intercalato da orti è risalente ai Gaetani, mentre dubbi vi sono per la Torre maggiore quadrata, più rispondente a canoni normanni.
La visuale, parzialmente ostruita ad est da monte Campese, indusse Onorato Gaetani nel 1386-90 alla costruzione di un nuovo castello sulla cima del monte che guarda la via di Cassino, prendendo il suo nome: Castellonorato. Le mura con torri quadrate e rotonde recintano la cresta rocciosa facendo capo a tre porte, di cui una presso la torre principale quadrata forse preesistente il castello. La tradizione vuole che il conte, morto nel 1400, avesse disposto la sua sepoltura vestito delle sue armi d’oro sotto il castello come suo monumento funebre.

Torre di Mola

Torre Medievale - Maranola

 

Panorama di Castellonorato

MARANOLA - TRIVIO - CASTELLONORATO

Formia ha la singolare prerogativa di essere città marittima e, insieme, di avere alle spalle cime che superano i 1000 metri come il monte Altino (1367 m.), il monte Redentore (1252 m.) e la più alta cima dei monti Aurunci, il monte Petrella (1535 m.). In zona intermedia tra il mare e le cime si adagiano antiche comunità, oggi frazioni collinari di Formia. Sono tipici borghi di origine medievale, sorti per difesa contro le incursioni saracene e racchiudono in anguste viuzze, piazzette, scalinate, piccoli tesori architettonici, pittorici e monumentali. Maranola, di origine medievale, sorge ai piedi del monte Altino, e conserva resti di un castello e della cinta muraria con un alta torre rettangolare. Gode di una bellissima posizione panoramica, affacciata com’è sul Golfo e sugli uliveti. Nella chiesa dedicata a Santa Maria dei Martiri è conservato un presepe in terracotta del XVI secolo. Nella cripta della chiesa di S. Luca, che si fregia di una porta bronzea dello scultore Gerardo De Meo, sono stati recentemente portati alla luce affreschi con numerose raffigurazioni della Madonna del Latte. Maranola, oggi frazione di Formia, ha conservato l’autonomia comunale fino al 1927. E’ sede di una importante scuola di musica etnografica (soprattutto organetti), diretta dal musicologo Ambrogio Sparagna.Una strada provinciale a mezza costa si snoda tra rigogliosi uliveti, aprendo panorami verso il mare e collegando Maranola a Trivio, antico borgo pedemontano. Degna di interesse è la chiesa di S. Andrea, corredata recentemente di un artistico portale in bronzo. Trivio era il confine tra Maranola e Castellonorato, aggregati a Formia nel 1927. Castellonorato sorge su un’altura di circa 300 metri sul livello del mare e presenta i resti di un castello eretto dal conte Onorato I Caetani nella seconda metà del XIV secolo.
A Maranola ha inizio una strada carrabile con la quale è possibile raggiungere circa quota 1000 m.s.l.m. Un sentiero consente, quindi, una escursione a piedi fino al Santuario di San Michele Arcangelo, che si apre nella roccia sottostante la cupola del Redentore e la cui facciata di forme neogotiche fu realizzata nell’Ottocento. E’ meta di processioni solenni. Il monte Redentore prende il nome dalla statua che vi fu collocata nel 1901, dopo essere stata trasportata fin qui a braccia: furono impiegate unità dell’Esercito e numerosi volontari, e dovette essere tracciato, ex novo, il sentiero in numerosi punti.

Maranola - Panorama

Trivio durante una manifestazione

 

Uno scorcio di Castellonorato

IL SANTUARIO DI SAN MICHELE ARCANGELO

Il golfo di Gaeta è dominato dal Monte Altino con l’inconfondibile cima tondeggiante del Redentore. Nell’anno 830 il vescovo di Gaeta Giovanni vi fonda un oratorio dedicato a S. Michele Arcangelo: il monte segnava i confini tra il ducato di Gaeta, le terre di Montecassino e quelle longobarde di Aquino.
Da Maranola si percorre la via della Montagna fino a Pornito (m. 819) e poi a piedi fino allo speco a quota 1100, dove è incastonata la facciata neogotica del Santuario ricostruito nel 1895: chiude una grotta da cui trasuda un’acqua ritenuta miracolosa, raccolta in una vasca esterna.La nicchia sull’altare accoglie la statua di S. Michele solo nei mesi estivi portata da Maranola in luglio nella Scalata di S. Michele, un pellegrinaggio che si conclude con l’offerta di pane e formaggio. E’ una tradizione pastorale per quanti in quella stagione lavorano sui monti.
La statua, realizzata in pietra peperino, è opera di Pompeo Ferrucci (1566-1637). Al di sopra del Santuario si raggiunge una cappella sormontata dalla statua del Cristo Redentore (m. 1252), in un sol pezzo di ghisa fusa presso Parigi, del peso di 21 quintali: occorsero quaranta giorni per condurla in questo luogo.
Il monumento fu inaugurato il 31 luglio 1901 ed è uno dei 20 collocati sulle cime italiane per salutare il nuovo secolo: rappresenta 50 diocesi dal Tirreno all’Adriatico tra le quali figura quella di Manfredonia, dove il Santuario di S. Michele del Gargano, il principale dei Longobardi del Mezzogiorno.

NOTIZIE UTILI
Accesso: da Maranola, frazione di Formia
Tempi di percorrenza e di visita: 6 ore
Orari: la partenza di primissimo mattino
Avvertenze: abbigliamento da escursionismo
Informazioni: I.A.T. Formia
Tel. 0771.771490 - 0771.771386

Il Santuario di S. Michele Arcangelo

 

La statua e la Cappella sulla cima del Monte Redentore

MUSEO ARCHEOLOGICO

Frequenti e occasionali ritrovamenti archeologici sul territorio di Formia hanno fornito sculture di pregio a musei italiani ed esteri. Un primo Antiquarium venne istituito dopoil 1930, poi ricomposto nel 1968, ora ampliato come Museo Archeologico Nazionale.
Il Museo è al piano terreno del Palazzo Comunale in Via Vitruvio, prospiciente Piazza della Vittoria, in locali di ampliamento borbonico del monastero e chiesa di S. Teresa (sec. XVIII). All’esterno sono allineate numerose basi di statue con iscrizioni onorarie dei personaggi rappresentati. Furono rinvenute in prossimità di pregevoli statue virili clamidate in nudità eroica, in toga e femminili panneggiate. Buona parte sono tornate dai depositi del Museo di Napoli. Le sculture furono trovate durante l’apertura del tratto alto di Via Vitruvio (1920-21) e in particolare in Piazza Mattei, l’area del Foro attraversato dalla Via Appia, attuale Via F. Rubino; altre furono trovate nello stesso luogo nel 1970. Vengono fatte risalire all’età giulio-claudia, ma le basi sono dell’età di Adriano per la citazione alla colonia a cui Formia fu allora sicuramente promossa.
Tra gli altri reperti vi è una statua di Leda col cigno, trovata nei criptoportici di una villa sotto Piazza della Vittoria; un gruppo di anfore vinarie e capitelli corinzi. In un pannello si propone una restituzione di Formiae e del suo territorio durante il medio Impero. Altri reperti si trovano in Piazza della Vittoria e nella Villa Comunale, parti di antichi edifici, tra cui una porta monumentale, in attesa di sistemazione nel prossimo ampliamento del Museo.

NOTIZIE UTILI
Accesso: Via Vitruvio
Tempi di percorrenza e visita: 1 ora
Orari: continuato 9.00 – 19.00
Avvertenze: non si può fotografare con flash e cavalletto
Informazioni: Museo tel. 0771.770382

 

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Tomba di Cicerone Tomba di Cicerone Statua di Ares - I sec. d.C. Leda col  Cigno - I sec. d.C. Statua di Togato - I sec. d.C. Statua di Giovinetto - I sec. d.C. Base di Statua - I sec d.C. Capitello Corinzio - II sec. d.C.